La vera storia di Mowgli: è esistito davvero?

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Sebbene Mowgli non sia esistito realmente, la sua storia si basa su un’idea che affonda le radici in eventi reali: bambini cresciuti in natura, privi di contatto con la civiltà umana, che sono stati ritrovati in diversi momenti storici. Anche se nessuno ha mai vissuto esattamente come il protagonista del libro di Kipling, è possibile che queste storie abbiano influenzato lo scrittore britannico.

La storia di Mowgli, il celebre bambino cresciuto nella giungla e protagonista de Il libro della giungla di Rudyard Kipling (1894), ha affascinato generazioni di lettori e spettatori, soprattutto grazie alle celebri trasposizioni cinematografiche, tra cui il classico Disney del 1967 e il remake in live action del 2016. Ciò che rende questa storia ancora più coinvolgente è il fatto che, pur essendo frutto della fantasia, molto probabilmente è stata ispirata da eventi reali. Ma qual è la storia vera che ha dato origine alla leggenda di Mowgli?

Le origini della leggenda di Mowgli

Rudyard Kipling trascorse parte della sua infanzia in India, un Paese ricco di miti e leggende su esseri umani cresciuti da animali: la cultura indiana, infatti, racconta storie di bambini allevati da lupi, tigri o altri animali selvatici. Miti e leggende che certamente hanno un fondo di verità, visto che anche gli ufficiali inglesi, durante il periodo coloniale britannico, riportavano occasionalmente resoconti di bambini trovati nella giungla in condizioni insolite. Fu proprio ispirandosi a racconti e tradizioni popolari sull'India coloniale che Kipling ideò il suo romanzo più famoso, pubblicato nel 1894 con il titolo Il libro della giungla.

Dina Sanichar: storia del vero Mowgli

Uno dei casi più noti di bambino cresciuto nella natura riguarda Dina Sanichar, trovato da alcuni cacciatori nella foresta dell'Uttar Pradesh, in India, nel 1867 all’età di circa 6 anni, mentre viveva con un branco di lupi.

Portato in un orfanotrofio, il “vero Mowgli” mostrava comportamenti tipici degli animali con cui era cresciuto: camminava a quattro zampe anche a causa della curvatura che ormai aveva acquisito la schiena e che ostacolava qualunque tentativo di camminare in posizione eretta. Si nutriva esclusivamente di carne cruda, scartando tutti gli altri cibi dopo averli accuratamente annusati, non emetteva suoni articolati ma solo ululati e si rifiutava categoricamente di indossare dei vestiti.

Nonostante i tentativi di rieducarlo, Dina non riuscì mai ad acquisire pienamente il linguaggio umano, imparò a fatica a camminare sulle gambe e ad indossare vestiti, e mantenne molte delle abitudini apprese nella giungla per il resto della sua vita, senza riuscire ad assimilare le abilità tipiche degli esseri umani e le loro norme sociali. Inoltre non riuscì mai a creare veri rapporti con gli altri, ad esclusione di un altro bambino selvaggio, che come lui aveva trascorso l’infanzia nella foresta.

Sebbene non esistano prove dirette che Kipling conoscesse la storia di Dina Sanichar, è possibile che le vicende di questo bambino abbiano contribuito alla nascita del personaggio di Mowgli.

Tuttavia, Dina non è l'unico caso documentato: nel corso della storia sono stati ritrovati altri bambini cresciuti in condizioni simili, anche in Paesi diversi dall'India ed in periodi successivi alla vicenda di Dina. Questi casi dimostrano che la figura del "bambino selvaggio" non appartiene solo alla leggenda, ma ha un riscontro nella realtà, anche se con esiti molto diversi da quelli narrati nelle favole.

Mowgli, il mito e la realtà

Mentre la storia di Mowgli è avventurosa e ricca di elementi fantastici, la vita dei veri bambini cresciuti senza contatto umano è spesso segnata da grandi difficoltà: come già spiegato, l'adattamento alla società si rivela estremamente complesso e, nella maggior parte dei casi, questi individui non riescono mai ad integrarsi e ad acquisire abitudini umane.

A differenza di Mowgli, che sviluppa capacità linguistiche ed ha un'intelligenza umana pienamente funzionale, i bambini allevati da animali mostrano gravi ritardi cognitivi e sociali. Ciò è dovuto al fatto che durante l'infanzia il cervello è particolarmente plastico e sensibile agli stimoli esterni, che sono in grado di plasmarlo come mai più negli anni successivi: si tratta di un periodo critico per lo sviluppo del linguaggio e delle competenze cognitive, e la mancanza di interazione umana nei primi anni di vita compromette irrimediabilmente queste facoltà. È come se il cervello umano possedesse una finestra temporale per l'apprendimento del linguaggio e, se questa viene superata, diventa quasi impossibile acquisire una comunicazione verbale strutturata: insomma, senza adeguati stimoli nei primi anni di vita, un bambino non impara a parlare correttamente.

La storia di Dina Sanichar, il "vero" Mowgli, racconta chiaramente questo meccanismo: il suo cervello si era modellato sulle abitudini e sul sistema di comunicazione dei lupi, perché da loro aveva ricevuto quegli stimoli necessari per formarsi; una volta superata la fase della prima infanzia, la ridotta plasticità del suo cervello – dovuta al superamento della finestra temporale di cui sopra - gli ha impedito di acquisire comportamenti sociali umani.

Kipling, pur attingendo probabilmente a storie reali, ha creato un personaggio ideale, dotato di un'intelligenza e di una capacità di adattamento che non trovano riscontro nei casi documentati.

Mowgli rimane dunque un personaggio letterario, molto diverso da una figura basata su fatti concreti. La sua storia incarna il sogno dell'armonia tra uomo e natura, una visione romantica che si distacca dalla dura realtà dei veri bambini cresciuti in isolamento.

Paola Greco

Foto di apertura: Cropped from materials provided by the Rijksmuseum, Public domain, via Wikimedia Common