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Macrino d'Alba
Protagonista del Rinascimento piemontese


Chiamato anche il "Leonardo delle Langhe", Macrino fu protagonista del Rinascimento piemontese, ma fu anche il meno "piemontese" tra gli artisti del suo tempo e del suo territorio.

"Scuola di Vercelli… si forma sotto l'influenza di Ercole de' Roberti, Foppa e Leonardo; mostra di aver avuto contatti con la pittura toscana, in particolare con Botticelli, Signorelli e Ghirlandaio". Così Bernard Berenson all'inizio del Novecento parla di Macrino nel repertorio Italian Painters.
Primo pittore piemontese a essere citato in tale prestigiosa pubblicazione, Macrino d'Alba assume in certo qual modo un ruolo "eroico": maestro di formazione padana, si confronta con i grandi pittori del tardo Quattrocento fiorentino e promuove in patria il Rinascimento.

Artista raffinatissimo, autore di un numero limitato di opere, tutte o quasi su tavola e quindi "inamovibili", Macrino è l'interprete di una cultura pittorica alta e non regionale, che nasce nella bottega del Pinturicchio a Roma, ove svolge il proprio alunnato.

Appartenente alla famiglia albese degli Alladio, in realtà si chiamava Gian Giacomo e il soprannome Macrino col quale si firma è dovuto, probabilmente, alla sua costituzione minuta.
Ricordato come pittore di angeli da Paolo Cerrato in alcuni versi del poema De Virginitate pubblicato a Parigi nel 1528, Macrino sarebbe tornato in Piemonte nel 1493al seguito di due futuri committenti: il vescovo di Alba Andrea Novelli e Benvenuto Biandrate di San Giorgio, inviati a Roma dal marchese di Casale, Bonifacio IV Paleologo, per omaggiare il nuovo papa Alessandro VI.
Grazie ai due illustri personaggi è probabile che Macrino sia diventato pittore di corte a Casale e, comunque, accede sicuramente a committenze prestigiose. Nel 1496, infatti, dipinge per la Certosa di Pavia il polittico Madonna con Bambino, S. Ugone e S. Anselmo, e due pitture murali per la chiesa della Certosa di Valmanera, presso Asti. Su commissione di Annibale Paleologo, figlio naturale del marchese di Casale, Macrino nel 1499 realizza anche il polittico per l'Abbazia di Lucedio.

Il Ritratto di Anna d'Alençon (1503), invece, segnala l'interesse dell'artista albese e la vicinanza dei suoi modi pittorici alla pittura coeva lombarda e, in particolare, a Leonardo. Si tratta però di un episodio isolato: Macrino non poté o, forse, non volle proseguire sulla strada del confronto con i modi lombardi e rimase sostanzialmente fedele all'ambiente e alla cultura in cui si era formato.

La mostra che la Fondazione Ferrero dedicata a questo artista, una sorta di "Leonardo delle Langhe", si pone come obiettivo quello di ricomporre sia il percorso artistico del pittore sia il contesto storico nel marchesato paleologo a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento. Per questo non presenta solo opere macriniane, ma anche pale di maestri coevi, tra i quali spiccano Gandolfino da Roreto e il Maestro di San Martino Alfieri. Accanto alle opere pittoriche, inoltre, l'esposizione comprende anche sezioni dedicate alle sculture lignee e alle arti cosiddette minori, all'arredo architettonico e alla figura di Andrea Novelli, vescovo e committente.

Ma la mostra non si esaurisce tra le sessanta opere proposte all'attenzione del pubblico negli spazi della Fondazione: chiese ed edifici di Alba e dintorni, infatti, custodiscono opere di Macrino e della sua scuola che sono state lasciate in loco. Un invito per ammirarle nei luoghi per i quali furono realizzate.

(Tutte le immagini sono tratte dal catalogo della mostra edito dalla Fondazione Ferrero e dall'Editrice Artistica Piemontese)

(a cura di Caterina Vagliani)


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