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Non solo mostre









Il ritratto in Lombardia
Da Moroni a Ceruti


La storia entusiasmante e in gran parte inedita del ritratto in Lombardia dalla metà del '500 alla metà del '600.

Se si potesse immaginare un ideale pantheon destinato ad accogliere i migliori interpreti della ritrattistica in età moderna, spiccherebbe la posizione di assoluta rilevanza occupata dalla cultura figurativa lombarda tra il Cinquecento e la vigilia dell'età dei lumi. Di questo sono convinti Francesco Frangi e Alessandro Morandotti, curatori della bella e affascinante mostra allestita presso il Castello di Masnago a Varese, e dedicata a un viaggio avvincente nel territorio lombardo, con l'obiettivo non solo "di presentare una storia già nota nei suoi episodi salienti, ma di raccontarla nel suo evolversi e di presentare protagonisti e fatti meno noti o poco conosciuti." Un itinerario che si snoda attraverso 130 dipinti, ma anche incisioni, medaglie e busti, volti da cui traspare l'intima essenza dell'individuo, sguardi da cui trapelano pensieri, costumi e oggetti simbolici, in un suggestivo affresco della Lombardia tra 1550 e 1750.

Il percorso inizia con il ritratto di Isotta Brembati, appartenente a una delle più potenti famiglie bergamasche del Cinquecento. La nobildonna troneggia su uno scranno rivestito di velluto rosso, nel dipinto commissionato al concittadino Giovan Battista Moroni. Lei, poetessa e virtuosa, "sostenne la nobiltà del ceppo non meno con la maestà de' portamenti, che con la cognitione delle lettere, creduta anco per questa parte decoro delle Dame, et splendore del sesso femminile". Nelle mani tiene un ventaglio di piume di struzzo, mentre la ricca ornamentazione di perle ne indica la dote principale, la purezza muliebre. Lui, Giovan Battista Moroni, è considerato il primo artista lombardo a vantare un catalogo di opere tale da poter documentare una vera e propria specializzazione nel genere del ritratto.

Il sigillo all'esposizione è posto da un altro astro nel campo della ritrattistica lombarda, il bresciano Giacomo Ceruti. Il suo ritratto di Giulio Gregorio Orsini a cavallo, eseguito per celebrare la nomina del patrizio milanese a sovrintendente generale alla Milizia Urbana (1755), è l'ultimo omaggio alla società dell'Ancien Régime.

Tra questi due estremi cronologici, sul palcoscenico lombardo si affacciano nobildonne e gentiluomini, membri del clero, fanciulli, soldati, artisti e artigiani, medici e notai. La cremonese Sofonisba Anguissola si ritrae con le sorelle durante una partita di scacchi. Una tela che aveva colpito già Vasari, perché le fanciulle "paiono veramente vive, e che non manchi loro altro che la parola".
Sulla scena della Milano spagnola la ritrattistica usa toni aulici, adeguandosi alla pittura di corte, mentre in età borromaica assume un carattere più pacato, intimo ma non meno realistico, come documenta, in mostra, la vasta galleria di splendidi dipinti di piccolo formato di Daniele Crespi, in un dialogo vivace con naturalisti temerari come Tanzio da Varallo, il cui Gentiluomo con la spada sembra essere uscito da una pagina di Manzoni.

Personaggi raffigurati con un oggetto che ne indica l'attività, come il Ritratto di un medico della pittrice Fede Galizia, che stringe nella mano un teschio, attributo tipico della sua professione. Anche nello splendido Ritratto di stampatore di Ortensio Crespi, il mestiere del personaggio è suggerita dallo strumento che mostra in primo piano, il mazzo, un arnese utilizzato per inchiostrare la forma tipografica, prima della diffusione dell'inchiostratura a rullo.

Dalla Milano di Daniele Crespi a quella di Nuvolone, chiamato a celebrare gli uomini d'arme di passaggio in città durante il governo spagnolo. Grazie al suo talento di grande decoratore trasforma il genere serioso e ufficiale dello state-portrait con accenti frivoli e disincantati.
In età barocca si diffonde la moda dei ritratti di gruppo, cui in mostra è concesso un ampio spazio, grazie alla presenza di tele spettacolari e pressoché sconosciute. E cosa avrebbe detto Carlo Borromeo, sostenitore dei dettami controriformistici, nel constatare la vanità insita nel ritratto che il giovane Carlo IV Borromeo, suo parente, si era fatto eseguire, noncurante dell'antiestetico nasone di famiglia che, insieme al cognome, condivideva con lo zio santo?

Tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento la ritrattistica lombarda si apre alle influenze esterne con l'arrivo in città di artisti nordici come Simon Voet e Salomon Adler, e conosce l'importante cantiere della Ca' Granda, fucina di ritrattisti milanesi. Il capitolo si chiude con la ricerca della verità alla vigilia dell'età dei lumi promossa dal Pitocchetto e da Fra Galgario che, a detta del suo biografo, era "l'unico che riusciva a dare ai suoi personaggi una dolce guardatura".

(Tutte le immagini sono tratte dal catalogo della mostra edito da Skira)

(a cura di Serena Colombo)



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