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Grande pittura genovese dall'Ermitage
Da Luca Cambiaso a Magnasco


I rapporti fra Genova e la corte di San Pietroburgo nel corso del XVIII secolo: da Pietro il Grande a Caterina II, dagli ambasciatori russi e genovesi ai più importanti visitatori.

La storia dei rapporti tra Genova e la Russia si distende per diversi secoli. Si tratta di un intreccio di relazioni economiche, politiche e artistiche, dove anche la politica culturale riveste un ruolo complesso, dai meccanismi spesso oscuri e misteriosi. Ingranaggi che hanno fruttato al museo dell'Ermitage di San Pietroburgo la più importante raccolta di arte genovese fuori da Genova, grazie al disegno imperiale della zarina Caterina II la Grande (che regnò dal 1762 al 1796) e dei suoi successori, che miravano a equiparare la Russia all'Europa occidentale. Basti pensare che, alla morte di Caterina, nel 1796, la sua inusitata collezione si articolava in tre gallerie dirette da un sovrintendente: il Piccolo Ermitage, le Logge di Raffaello e il Grande Ermitage.

Paradossalmente, la zarina non era un'intenditrice, anzi era del tutto indifferente all'arte, alla letteratura, alla filosofia e alla religione. Per mire esclusivamente politiche sguinzagliò per l'Europa accorti diplomatici ed esperti emissari, che fecero acquistare sul mercato europeo quanto di meglio si rendeva disponibile per le collezioni dell'Ermitage.
Suo illustre consigliere era Denis Diderot, eletto curatore della biblioteca che lo stesso filosofo le aveva venduto. Così, tra le opere giunte in Russia da tutta Europa, anche i dipinti di Alessandro Magnasco, Luca Cambiaso, Bernardo Strozzi, Valerio Castello, Gioacchino Assereto, Anton Maria Vassallo salparono dall'Italia, o dalle altre collezioni straniere in cui si trovavano, alla volta del grande porto sul Baltico, la città costruita per volere e su misura di Pietro il Grande nel 1703. Il viaggio era lungo, per nave, spesso carico di pericoli, riassunti nella perdita, per naufragio, di un'intera collezione, la raccolta Brankamp, acquistata a Genova e purtroppo totalmente scomparsa.

Oggi circa 52 opere, tra dipinti, disegni e sculture, compiono il viaggio in direzione opposta, questa volta in una situazione conservativa decisamente migliore, chiusi in imballaggi dal microclima perfetto e costantemente controllato e protetti da qualsiasi tipo di sollecitazione. Il loro temporaneo soggiorno nell'Appartamento del Doge di Palazzo Ducale è un affascinante ritorno alle origini.

Caterina per prima aveva intessuto rapporti continuativi e duraturi con Genova, ma sembra da alcuni documenti che già il suo predecessore avesse mandato nell'antica città marinara alcuni agenti artistici per acquistarvi dei dipinti. Se mai delle opere di artisti genovesi sono state comprate per le collezioni di Pietro I il Grande, queste non sono giunte fino ai nostri giorni, e probabilmente sono andate perdute in Russia subito dopo il loro arrivo.

All'epoca di Caterina la pittura genovese non godeva di particolare riguardo da parte dei collezionisti, che preferivano i maestri del primo Rinascimento italiano e la scuola bolognese e romana del Seicento. E, in effetti, alcune delle opere genovesi dell'Ermitage vi arrivarono con diversa attribuzione e in quanto presenti nelle ricchissime collezioni straniere.

Le tele di Gioacchino Assereto, per esempio, videro riconosciuto il loro autore solo nel XX secolo, grazie al fiuto di un conoscitore del calibro di Roberto Longhi. Perfino Bernardo Strozzi, il più noto, tra gli artisti genovesi, tra conoscitori e collezionisti del XVIII secolo, fece la sua comparsa in Russia sotto mentite spoglie, scambiato per Luca Giordano e Carl Loth. Così l'Infanzia di Ciro di Anton Maria Vassallo, fu creduta di Castiglione fino all'inizio del secolo scorso, quando il direttore dell'Ermitage, Ernst Liphart, scoprì la firma semicancellata dell'artista. E gli esempi si potrebbero moltiplicare.
È invece singolare il fatto che sia giunta all'Ermitage, con l'esatta attribuzione, una tela di Giovanni Agostino Cassana, artista genovese di cui tutt'oggi si conoscono al mondo pochissime opere. Ma nessun pittore genovese è rappresentato nelle collezioni della ex Unione Sovietica con un numero di opere equiparabile a quelle di Alessandro Magnasco, forse il primo artista di questa scuola conosciuto in Russia e presente alla mostra di Palazzo Ducale con tre grandi tele.

Il progetto "Genova-San Pietroburgo", alla base dell'esposizione allestita in Palazzo Ducale, permette a Genova di ripercorrere lo svolgimento artistico della propria scuola di pittura, e le vicende collezionistiche di alcuni importanti dipinti; alla Russia e all'Ermitage di riscoprire una parte di sé, della storia del gusto del collezionsimo, dell'amore per l'Italia e per l'arte italiana che sono ben riassunte nelle parole che Gogol' mette in bocca a uno dei suoi personaggi "Portò con sé il ricordo di Genova come di una sosta bellissima; vi aveva ricevuto il primo bacio dell'Italia".

(Tutte le immagini sono tratte dal catalogo della mostra edito da Mazzotta)

(a cura di Serena Colombo)

 

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