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Curiosità, manie, vizi e abitudini di Leonardo:
tutti i particolari meno conosciuti che hanno segnato la sua esistenza.


 Gli scherzi del genio

  Un artista vegetariano che amava gli animali

  Infaticabile scrittore

  Omo sanza lettere

  Facce leonardesche

  I fallimenti di Leonardo

  Sul lettino di Freud

  Leonardo omosessuale?

  La conversione



 Gli scherzi del genio

Tante sono le dicerie che circolano sul personaggio di Leonardo. Ma che fosse un burlone, un uomo di spirito, sembra essere una notizia che va data per certa. È Giorgio Vasari, storico illustre, che ne dà la conferma, svelandoci un fatto curioso.
Pare che Leonardo si divertisse ad impaurire gli amici che gli facevano visita, facendo saltare fuori da una scatoletta un piccolo ramarro con tanto di ali applicate e altre strane decorazioni. Come racconta Vasari nelle Vite: "(Leonardo) fermò in un ramarro, trovato dal vignaruolo di Belvedere, il quale era bizzarrissimo, di scaglie di altri ramarri scorticate, ali addosso con mistura d'argenti vivi, che nel moversi quando caminava tremavano; e fattoli gli occhi, corna e barba, domesticatolo e tenendolo in una scatola, tutti gli amici a i quali lo mostrava, per paura faceva fuggire". Quanto gli amici gradissero questo genere di scherzi e con quale moneta ripagassero Leonardo non lo sappiamo, ma che la sua fosse un'ospitalità un po' singolare, questo, sì, lo possiamo dire.

 Un artista vegetariano che amava gli animali

Lo avreste detto che Leonardo era vegetariano, ambientalista e amante degli animali? A darcene la prova è l'autorevole testimonianza di Giorgio Vasari. Nelle sue Vite lo storico racconta di come Leonardo "passando da i luoghi dove si vendevano uccelli, di sua mano cavandoli di gabbia e pagatogli a chi li vendeva il prezo che n'era chiesto, li lasciava in aria a volo, restituendoli la perduta libertà". Lo si potrebbe credere un atto bizzarro, ma non è così. Liberando quegli uccelli appena comperati al mercato, Leonardo non si è concesso semplicemente il lusso di un gesto stravagante. Altre fonti rafforzano questa ipotesi. Lo stesso Leonardo, nei suoi Appunti, dichiara: "Fin dalla giovinezza ho rinunciato all'uso della carne, e verrà un giorno in cui uomini come me considereranno l'omicidio di un animale alla stregua dell'omicidio di un essere umano". Già dalle sue abitudini alimentari Leonardo si rivela un amante della natura, un uomo che ha fatto del rispetto del genere animale una regola di vita.


 Infaticabile scrittore

Leonardo fu senza ombra di dubbio uno scrittore prolifico, addirittura un grafomane. Anche se di fatto nella sua vita non compose che il Trattato di Pittura, moltissimi sono i quaderni che ci ha lasciato. Sappiamo da un'annotazione del primo aprile del 1499 che l'artista a quei tempi si trovava "alla testa di duecentodiciotto libri", tra fogli, quaderni e appunti, riempiti dalle riflessioni più disparate. Perché il loro contenuto fosse reso noto ci volle tuttavia del tempo. Leonardo fu infatti estremamente geloso dei suoi quaderni; né agli amici né ai suoi discepoli permetteva di consultarli, forse per timore che le sue idee venissero saccheggiate o forse semplicemente per pudore. Ad ogni modo, per mantenere il completo segreto sui suoi appunti, l'artista si servì di alcuni sottili stratagemmi, come scrivere da sinistra verso destra (così che i suoi fogli fossero leggibili solo allo specchio) e anagrammare le parole sulle quali voleva conservare il massimo riserbo. Anche la sua scrittura, infine, desta meraviglia: invece che con una comunissima penna d'oca, Leonardo sembra avere vergato i suoi quaderni con un prototipo di penna stilografica, inventata da lui stesso con tutta probabilità, come dimostrano alcuni suoi disegni.


 Omo sanza lettere

"Omo sanza lettere", così si definisce Leonardo in una pagina del Codice Atlantico. Si tratta di un appunto dal tono amaro che lascia trasparire quanto fosse un problema per il genio toscano l'essere ignorante in latino. Possiamo facilmente comprendere il motivo di tanta amarezza: nelle corti e nelle università si parlava il latino ed era in questa lingua che si disputava il dibattito scientifico. Per Leonardo, che aspirava a fare dell'arte una scienza e della scienza un'arte, la conoscenza della lingua dei dotti era pertanto un requisito fondamentale per attirarsi la considerazione del mondo accademico. Fu così che il giovane artista, nella speranza di colmare le proprie lacune, cominciò a farsi una piccola provvista dei libri che gli sembravano più utili per lo studio del latino: una grammatica, un testo di aritmetica, un manuale di chimica, la Storia Naturale di Plinio e, per finire, il Morgante, bestseller del tempo. I risultati delle sue esercitazioni da autodidatta furono però alquanto deludenti. Malgrado gli sforzi per imparare il latino siano documentati dai codici, pieni di esercizi di analisi logica, declinazioni ed espressioni latine, è il disegno a rimanere la passione indiscussa di Leonardo. A conferma di una sua vocazione per il visuale che non conosce uguali.



 Facce leonardesche

I personaggi che vediamo magistralmente ritratti nei disegni di Leonardo non sono il frutto dell'invenzione di una mente fantasiosa. Dietro a quegli studi si nasconde il percorso di una ricerca difficile, che ha guidato l'artista nei meandri più nascosti e malfamati delle città. Molte sono le testimonianze che avvallano questa teoria. Si narra, ad esempio, che quando Leonardo incontrava per le vie un personaggio deforme o bizzarro lo seguisse per giornate intere per prendere appunti sulla sua fisionomia. E si racconta che per l'affresco del Cenacolo egli sia andato per più di un anno, ogni giorno, nei sobborghi della periferia di Milano alla ricerca di una fisionomia che evocasse la scelleratezza di Giuda. Una volta pare che egli organizzò addirittura un banchetto per le persone più ripugnanti della città e che le intrattenne tutta la sera con barzellette e altre facezie divertenti, affinché, facendole ridere, i tratti del loro viso si facessero ancora più deformi. Leonardo poté così studiarli attentamente, e una volta che gli invitati se ne furono andati, trascorse tutta la notte a disegnarli. L'immagine che ci viene restituita è ancora una volta quella di un Leonardo curioso oltre ogni limite, versatile e assetato di conoscenza.



 I fallimenti di Leonardo

Non fu facile per Leonardo convivere con la propria versatilità. Stando a quanto riferisce la tradizione, la natura dispersiva di Leonardo gli procurò non pochi fastidi. Sappiamo infatti dal Vasari che la sua inclinazione ad applicarsi a cose diverse nello stesso tempo e a sperimentare tecniche sempre nuove impedì all'artista di portare a termine molti dei progetti a cui stava lavorando. In questo senso emblematica è la storia del grande affresco La battaglia di Anghiari, commissionato a Leonardo nel 1504 per una sala del Palazzo Vecchio a Firenze. Dopo numerosi studi preparatori, Leonardo decise di realizzare l'opera seguendo una nuova tecnica di pittura murale che prevedeva l'uso di un impasto di materiali. Accorgendosi che i colori non facevano presa, l'artista trascorse l'intera notte insieme ai suoi servitori, cercando con delle fiaccole di far asciugare il colore. Ma i risultati furono disastrosi. All'alba, ormai esausto, Leonardo dovette riconoscere il fallimento dei suoi disperati tentativi vedendo l'affresco sciogliersi dinanzi ai suoi occhi. Era il 1506, l'opera di Leonardo, abbandonata e mai più ripresa, fu coperta l'anno dopo da un altro affresco, che aveva le qualità per durare nel tempo, ma non il tratto innovativo che contraddistinse le opere del genio toscano.

 Sul lettino di Freud

Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci, pubblicato da Sigmund Freud nel 1910, non ha l'ambizione di fornire facili soluzioni sulla personalità del genio toscano. È piuttosto il tentativo del padre della psicoanalisi di spiegare la fragilità caratteriale del maestro, la sua versatilità creativa, e soprattutto l'incompiutezza che caratterizza molti dei suoi capolavori. Come punto di partenza di questa indagine Freud ha scelto l'analisi di un sogno infantile che Leonardo stesso ha descritto in margine ai suoi numerosi studi sul volo degli uccelli, quello, appunto, di un nibbio che si posa sulla culla del piccolo Leonardo e lo colpisce in bocca con la coda. Secondo l'interpretazione freudiana, questo sogno rifletterebbe l'omosessualità sublimata dell'artista: la coda in bocca, spiega Freud, richiama un coito orale, mentre il nibbio rappresenta la madre in veste androgina. A partire da questa lettura anche la tendenza di Leonardo all'incompiuto si fa più comprensibile. Stando alla tesi di Freud, l'inibizione sessuale del maestro avrebbe necessariamente influito sulla sua produzione artistica, determinando l'incompiutezza di molte delle sue opere. Come per la sua vita sentimentale, così anche nella sua attività artistica Leonardo volle segretamente differire il momento della realizzazione "fisica" e in alcuni casi, addirittura, impedirlo.


 Leonardo omosessuale?

La sessualità di Leonardo rimane a tutt'oggi avvolta dal mistero. Sappiamo che l'artista non ebbe figli né relazioni durature con nessuna donna, e che per ben 26 anni tenne con sé, come suo assistente, Gian Giacomo Caprotti, detto il Saladino o Salaino. Sono gli stessi quaderni di Leonardo a rivelarcelo: "Giacomo - scrive l'artista - venne a stare con meco il dì della Maddalena nel 1490, d'età d'anni 10. Ladro, bugiardo, ostinato, ghiotto". Difetti di cui Leonardo si lamenta in molti dei suoi appunti, ma che a quanto pare non furono sufficienti ad allontanarlo dal giovane ragazzo, come attesterebbero anche le opere (la Gioconda è solo una di queste) che l'artista gli lasciò in eredità. In tanti hanno insinuato che i due fossero amanti, non esiste però una prova fondata che dimostri l'omosessualità di Leonardo e non si può neppure escludere che Leonardo fosse disinteressato alla vita sentimentale; in uno scritto, l'artista lascia infatti trasparire completa ripugnanza per "l'atto di coito e le parti che ne sono coinvolte". Alla scarsa chiarezza delle dichiarazioni di Leonardo fa però da contrappunto una testimonianza storica che lo incrimina con l'accusa di sodomia. Dalla denuncia agli Ufficiali di Firenze, avviata il 9 aprile 1476, veniamo a sapere che Leonardo, all'età di 24 anni, fu accusato di aver abusato di un giovane 17enne di nome Jacopo Saltarelli. L'episodio tuttavia non ebbe ripercussioni sull'artista, che evitò il processo per un vizio procedurale: la denuncia, essendo anonima, non poté essere accettata.

 La conversione

La religione non fu tra gli interessi di Leonardo. Anzi, i suoi studi sulla natura, sul cielo e sul movimento degli astri, lo allontanarono da quella. Scrive Vasari nelle Vite: "Tanti furono i suoi capricci, che filosofando de le cose naturali, attese a intendere la proprietà delle erbe, continuando et osservando il moto del cielo, il corso della luna e gli andamenti del sole. Per il che fece ne l'animo un concetto sì eretico, che e' non si accostava a qualsivoglia religione, stimando per avventura assai più lo esser filosofo che cristiano". Solo in prossimità della morte l'artista sembrò pentirsi della sua condotta di vita e abbracciò la fede cristiana. "Divenuto vecchio", prosegue Vasari, "stette molti mesi ammalato; e vedendosi vicino alla morte, disputando de le cose cattoliche, ritornando nella via buona, si ridusse a la fede cristiana con molti pianti. Laonde confesso e contrito, se bene e' non poteva reggersi in piedi, volse devotamente pigliare il Santissimo Sacramento fuor de 'l letto". Sempre il Vasari riferisce che la conversione portò poi Leonardo anche ad un ripensamento critico della sua opera di artista: il genio toscano si pentì di non aver dedicato più tempo e creatività al tema del sacro.